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Una kippah oltre il pregiudizio

Matteo Battistella

MILANO - Trasformare il pre-giudizo in giudizio. Questo il desiderio del Milano Jewish Center che si è presentato alla cittadinanza milanese con l’iniziativa La Kippah, questa conosciuta, questa sconosciuta. Un incontro che si è prefisso di approfondire il significato del copricapo religioso ebraico con gli interventi del rabbino capo Alfonso Arbib, del Vice presidente della comunità ebraica Daniele Nahum e del rabbino Moshe Lazar.

Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale, spiega la ragione prima dell’iniziativa. «Dopo lo sdegno bipartisan contro le frasi ingiuriose del senatore ciociaro,– abbiamo sentito l’esigenza come istituzione, di non lasciare che il pregiudizio faccia proseliti. Da qui l’idea, assieme alla comunità ebraica di Milano, di proporre un incontro sul significato del copricapo ebraico».

La prima riflessione sul tema tocca al rabbino capo Alfonso Arbib che spiega davanti a 200 studenti liceali del Manzoni e del Vittorini, il significato del copricapo simbolo della cultura e della tradizione ebraiche. «La kippah è un simbolo identitario ed ha un doppio significato: è un segno di timore verso il Cielo e un ricordo dell’Altezza. Il mondo in cui viviamo è scivoloso – ha ricordato Arbib – e il nostro copricapo ci ricorda che come esseri umani non siamo infallibili e che ogni nostra azione è gravida di conseguenze».

Umiltà e responsabilità sono al centro anche dell’intervento del vice presidente della Comunità ebraica Daniel Nahum. «Abbiamo due scelte di comportamento possibile, in questa città: quella attuale che fa fatica a riconoscere le minoranze e che porta agli scontri di viale Padova e via Sarpi e quella più coraggiosa che promuove una società unita nelle diversità, magari utilizzando come base comune di dialogo la Costituzione italiana».

A chiudere l’iniziativa l’intervento del rabbino settantenne Moshe Lazar che si è soffermato sulla limitatezza della creatura umana. «Per noi ebrei la kippah è simile all’uniforme per il soldato. Il copricapo, come l’uniforme, serve a dimostrare l’impegno che si ha nel mondo, il nostro senso di responsabilità nei confronti dell’essere umano e dell’entità superiore che ci ha creato. Spesso l’uomo se ne dimentica – ha continuato il rabbino – perché “fabbrica”, cioè manipola la realtà. La donna, invece, non se ne dimentica, perché è conscia del legame inscindibile con Dio». E chiosa, provocatoriamente: «Avete mai visto una donna ordinare la morte in un campo di concentramento? Io no».

Pubblicato domenica 31 ottobre 2010 alle 21:16:09


Rav Moshe Lazar





Rav Arbib


Gheula Canarutto Nemni

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