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Attacco in Bulgaria, cosa possiamo fare noi per Israele?

Rav Simon Jacobson

“Non dobbiamo chiedere che cosa sarà, ma che cosa possiamo fare” (Rebbe M. M. Schneerson). Un’analisi sul perché gli ebrei ed Israele sono presi di mira e cosa possiamo fare noi per aiutare.

Proprio quando il vivere ebraico in Israele e all’estero sembrava attraversare una relativa calma, il recente tragico attacco ai turisti israeliani ci ricorda brutalmente del nemico in agguato.
 
Solo una settimana fa stavo camminando lungo le strade affollate di Gerusalemme e di Tel Aviv, catturato dal fervore vitale che mi circondava. Quanto è meraviglioso e benedetto vedere ebrei – dopo oppressioni durate per migliaia di anni – finalmente poter godere della libertà e del comfort (almeno materiale, spirituale è un altro aspetto).
 
Ma ora sull’onda dell’attacco terroristico all’aeroporto di Burgas, (che cade proprio nel 18° anniversario dell’attentato alla Comunità ebraica di Buenos Aires) attacco che ha portato all’uccisione di 7 persone e al ferimento di altre 30, veniamo risvegliati dal nostro sogno a occhi aperti, e costretti a guardare più profondamente in noi stessi e nel mondo attorno a noi.
 
“Quando un disastro colpisce la comunità” ci esorta  Maimonide, “dobbiamo piangere, esaminare le nostre vite e correggere i nostri comportamenti. Dire che il disastro è puramente un fenomeno naturale e un’occasione necessaria è insensibile e crudele” (Leggi del Digiuno 1:2-3). Ciò ancor di più, nel momento che iniziano i nove giorni di lutto, dove esprimiamo il nostro dolore per la distruzione del Sacro Tempio e per tutte le altre nostre perdite.
 
Infatti, si legge anche nella porzione della Torah di Mattot-Maasei, in riferimento all’arrivo del popolo ebraico alle soglie della Terra Promessa dopo un periglioso viaggio attraverso il deserto, come la Terra Promessa ancora una volta ci eluda in diversi modi. Il popolo chiede: G-t in himmel: vos vet zein? D-o in cielo: che cosa succederà?
 
Rabbi Yisrael Lau, ex rabbino capo di Israele, riporta una storia che accadde la prima volta che mise piede negli USA nel 1974. Viveva allora in una piccola sinagoga fuori Tel Aviv ed era venuto negli Stati Uniti a visitare il Rebbe. Nel mezzo della conversazione il Rebbe gli chiese che cosa stessero dicendo in quel momento in Israele (era appena dopo la guerra di Yom Kippur del 1973). Rabbi Lau rispose che gli ebrei si stavano reciprocamente interrogando “Vos vet zein”? “Che cosa succederà?”.
 
Il Rebbe afferrò il braccio di Rabbi Lau e disse con veemenza: “Yiden fregen nit vos vet zein; zei fregen: vos geit men ton! Gli ebrei non chiedono che cosa accadrà; loro chiedono “Che cosa faremo!".
 
“Che cosa accadrà” è infatti la domanda di una vittima. “Che cosa faremo” è una domanda proattiva.
 
Per rispondere al quesito, occorre dare un’occhiata profonda alla più stimolante delle domande: Perché gli ebrei? Perché Israele? Perché i nostri nemici si accaniscono su di noi? Perché se ne vanno nei luoghi più lontani per prendere di mira, ovunque essi siano, gli ebrei, oggi anche, in Bulgaria?
 
Israele è sempre stato d’attualità. Sin dall’inizio, nazioni e religioni si sono combattute per il controllo della Terra Santa. Sproporzionatamente rispetto alle sue stesse dimensioni, la Terra Promessa porta con sé un’ineguagliabile influenza nella storia dell’uomo.
 
Qual è il misterioso potere di questa piccola porzione di terra della mappa mondiale tale che tutti ne vengano coinvolti?
 
Come tutto nella vita, il potere mistico di Israele può essere solo compreso recuperando le sue radici spirituali.
 
Quando si vede Israele dominare così illogicamente le notizie, e non solo oggi ma da millenni, non c’è modo per capirne il mistero senza scavare nelle radici più profonde dell’esistenza stessa: l’anima della vita. La stessa cosa può essere detta per la Bibbia, il “best seller” per eccellenza nella storia, e che continua a essere al top delle classifiche. Che cosa c’è dietro il suo potere? La risposta, amici miei, soffia…dagli annali della mistica ebraica.
 
Il mondo nel quale viviamo è attualmente costituito da due parti: una materiale, l’altra spirituale.
 
Tutto nella vita è fatto da un corpo e da un’anima. I kabbalisti li chiamano rispettivamente contenitore e luce, ma si possono definire anche come forma e funzione, stile e sostanza, esterno e interno, confezione e prodotto.
 
Il livello esterno dell’universo materiale è come un guscio, una buccia, una pelle sottile che racchiude l’enorme energia spirituale contenuta al suo interno. Così è al livello dell’individuo: il corpo fisico è un contenitore che porta dentro di sé la stessa personalità, la sua anima e le sue capacità. L’occhio che si sofferma solo sul corpo, non è in grado di scorgere che cosa si trova al suo interno; ciò potrebbe comportare il non avere la minima idea di che cosa ci sia all’interno della propria psiche, arrivando così ad avere  una visione distorta della realtà. Il macro cosmo è come il micro cosmo: il “corpo” dell’Universo racchiude le potenti forze che sono contenute nel suo interno.
 
Ma resta una grande dubbio: anche pensando a spirito e materia come due lati della stessa moneta, vengono percepiti da noi come due separate entità. Infatti, è possibile negare l’esistenza del piano spirituale interiore (come molti affermano)? Secondo la terminologia kabbalistica tale rifiuto, o esistenza dicotomica, è possibile necessariamente come risultato del grande TzimTzum primordiale, in cui D-o ha racchiuso l’energia cosciente divina allo scopo che l’esistenza che tutti noi conosciamo possa emergere ed essere vissuta come un’entità distinta, non sopraffatta dall’Unità divina.
 
Allora ecco la grande domanda: E’ possibile avere un luogo dove questi due mondi si incontrino? O siamo destinati a vivere rispettivamente nel mondo materiale o nel mondo spirituale? Possiamo andare oltre la soglia della percezione e vivere pienamente una vita di Integrazione, cioè una vita di pace tra corpo e anima, tra materia e spirito? C’è un’intersezione che connette questi due mondi?
 
La risposta è Israele. La Terra Santa è il portale tra terra e cielo. Israele – Eretz Yisrael come viene accuratamente definita nella Torà – è il “centro” spirituale dell’universo.
 
I Saggi ci dicono che Israele ha dieci livelli di santità, uno più grande dell’altro, il cui punto più alto è Gerusalemme e, in lei, il monte del Tempio. Giacobbe lo chiamò “Il cancello del Cielo” (Genesi 28:17).
 
La centralità di Israele nella Torà è di fatto una centralità psichico/spirituale. La Terra Santa rappresenta da un lato uno stato di santità contenuta all’interno delle nostre anime, dall’altro la sua stessa abilità di integrarsi con il nostro livello fisico. Il suo ruolo, come Terra Promessa – la Terra promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, la terra che condusse il popolo ebraico lungo il sofferto cammino nel deserto – è la destinazione a cui tutti noi aspiriamo.
 
Tutti noi gravitiamo attorno a questa terra. Inconsapevolmente, ogni nazione, religione e individuo percepisce che la Terra Santa è il vortice spirituale dell’esistenza, il luogo dove le porte si aprono per poter raggiungere D-o.
 
La coscienza collettiva dell’universo è ossessionata da Israele. Non dalla Cina, non dall’India, non dagli Usa. L’unico posto sulla terra che continua a dominare le testate dei quotidiani, oggi come fece 3500 anni fa, è questo piccolo paese (1/19esimo dello stato della California) chiamato Israele.
 
Sorge spontanea la domanda: se Israele è il ponte tra cielo e terra perché non vi è mai  pace in Terra Santa? Perché non si riesce a vivere questa unità?
 
Arriviamo al punto cruciale: il “galut”. Galut significa esilio. Una traduzione migliore potrebbe essere distacco,  una dissonanza spirituale in cui si è disallineati dalla nostra sorgente e dal nostro scopo.
 
Un organismo sano, una persona sana, nazione o religione si hanno quando il corpo è uno con l’anima. Pertanto quando non c'è corrispondenza tra “ciò che si fa” e “ciò che si è”, o meglio quando sussiste una dicotomia tra le attività fisiche e le aspirazioni dell’anima, allora ci si trova nel “galut”.
 
Questo galut è forse sentito più intensamente nella Terra Santa. Un granello di polvere sul braccio viene difficilmente notato. Lo stesso granello nell’occhio è invece irritante. Israele viene chiamata “l’occhio” divino. Ogni disparità nel mondo viene amplificata nell’occhio, nell’anima.
 
Nelle nostre preghiere diciamo: “A causa delle nostre ingiustizie siamo stati esiliati dalla nostra terra”. Ciascuno pronuncia queste parole, inclusi gli ebrei che vivono in Israele. Ma vivendo in loco, come possono dire “Siamo stati esiliati dalla terra?”. Per via che l’esilio è più di un distacco fisico; è di ordine spirituale.
 
Fino al giorno in cui spirito e materia si uniranno, viviamo in una condizione non sana di distacco. 
 
Ma ecco la buona notizia: la causa di tale separazione è dovuta alle nostre ingiustizie. Perché? Qual è il peccato?
 
Il peccato è distacco. Quando parlando si offende un’altra persona, stiamo in realtà ferendo noi stessi. Ogni peccato rappresenta una forma di vagare lontano dalla realizzazione del nostro vero scopo.
 
Una volta che si va oltre agli stereotipi e ai miti distorti che circondano il peccato (molti dei quali sono stati alimentati dalle stesse istituzioni religiose), si può scoprire che il vero significato di peccato è esattamente questo: un distacco, un comportamento non coerente con il far “lavorare nel modo giusto la macchina”.
 
Ne consegue, secondo i principi di causa-effetto, il distacco (esilio) dalla nostra terra che non è una punizione accidentale, ma è un effetto del nostro comportamento. Quando ci si allontana dalla propria essenza, ci si sta in effetti allontanato da “Israele” ossiadalla propria anima, l’anima collettiva e la coscienza dell’universo.
 
Il nostro obiettivo di oggi è di riallineare le nostre vie con l’Israele spirituale interna ed esterna. Come lo Tzemach Tzedech disse a un uno dei suoi Chassidim: “Fai qua (del posto in cui stai vivendo) Eretz Israel”.
 
Più ci sia arrabbia a causa degli avvenimenti relativi a Israele, e più si dovrebbe poter canalizzare questa intensità in un’azione positiva, per creare una rivoluzione spirituale nella vita, nella propria casa, nella propria comunità e nel proprio angolo di mondo. Questa è la vera conquista di Israele.
 
Ecco un suggerimento, se posso: i nostri saggi ci insegnano che studiando le leggi e i dettagli di una certa entità, noi la stiamo ricostruendo. Lo si può definire attualizzazione cognitiva. Pensando a una certa azione noi proiettiamo e la creiamo.
 
Sulla base di questo principio, come segno di solidarietà a Israele e come via per aiutare a “costruire” la vera Israele, sia come corpo che come mente, diamoci da fare nell'organizzare classi di studio che approfondiscano i dettagli e la natura della Terra Santa, sia nella sua natura fisica che spirituale. Studiamo la descrizione e le leggi del Tempio Sacro. Di fatto esplorando i parallelismi spirituali e psicologici nelle nostre vite, noi ci leghiamo alla terra stessa: la geografia di Israele, la sua personalità, le sue superfici terrene, le montagne e le valli, i frutti e i deserti, tutto riflesso nella nostra stessa personalità spirituale.
 
Per apprezzare e preservare il potere di Israele dobbiamo riconoscere e accedere alla sua stessa anima.
 
Questa azione procede insieme a tutte le altre vie per supportare Israele: finanziariamente, emotivamente e così via. Ovviamente un modo potente di dimostrare il pieno supporto è di visitare la Terra Santa o anche decidere di andarci a vivere. Ma anche per quelli che non possono farlo (per qualsiasi ragione), noi non siamo assolti dall’obbligo di costruire Israele dentro alle nostre vite e avere Israele "viva" dentro di noi.
 
Così facendo, forse, il nostro obbligo potrebbe diventare ancora più forte e ci porterebbe a trovare vie ancora più profonde per creare il legame con Israele e con l’anima dell’universo, riconoscendo la sua totale connessione con la nostra stessa anima.
 
Sì, siamo sulla via per la Terra Promessa, 3324 anni fa, 1944 anni fa, e oggi. Quanto ci metteremo?
 
In onore e in memoria di tutte le vite umane perse nell’efferato attentato in Bulgaria e per un completo refuah shleimah a tutti i feriti e sofferenti.
 
Tradotto dalla versione inglese: “Matos Massei: Attack in Bulgaria”.

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Pubblicato mercoledì 25 luglio 2012 alle 07:41:24

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