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Il Matrimonio Misto

Rav Eliezer Shemtov (Uruguay), Tradotto a cura di Rav Eli Borenstein

Uno degli argomenti più delicati e meno compresi della vita ebraica è quello del matrimonio misto, tema sul quale si è spesso ragionato senza avere in mano nozioni e informazioni obiettive. E senza tener conto degli aspetti emotivi, di chi si sposa e dei genitori.

Per questi ultimi, soprattutto, il dilemma è profondo. Da un lato, quando un proprio figlio (o figlia) sposa un non ebreo (o una non ebrea), vedono spezzarsi la millenaria catena che ha garantito la continuità ebraica: e non vogliono quindi che ciò avvenga. Dall’altro lato però, non si sentono a proprio agio nell’opporsi apertamente al matrimonio misto, una scelta di sicuro non “politically correct”: escludere qualcuno come partner potenziale per il proprio figlio solo perché nato da un utero non ebreo sembra infatti un atteggiamento discriminatorio.

Come può quindi un ebreo opporsi al matrimonio misto senza contraddire l’istinto naturale che ha di combattere la discriminazione - specie dopo tutto ciò che ha sofferto durante la storia a causa della discriminazione? Quale spiegazione può dare un ebreo (o un’ebrea) alla sua amica non ebrea (o amico non ebreo) per giustificare il rifiuto a prenderli in considerazione? Esistono delle basi per opporsi al matrimonio misto?

Dalla Bibbia ai giorni nostri

La fonte primaria sulla quale si basa la proibizione per un ebreo di sposare un non ebreo, si trova nella Bibbia (Deutoronomio, 7:3): “Non li sposerai [i gentili, dei quali la Bibbia parla nei versi precedenti], non darai tua figlia al loro figlio e non prenderai sua figlia per tuo figlio”. E poi continua nel verso successivo: “Giacché lei condurrà tuo figlio via da Me e serviranno altri dei…”

Il Talmud rimarca (23a) - e Rashi nota nel suo commento - che dall’espressione precisa del verso possiamo distinguere due casi. Se ‘tua figlia’ sposa ‘il figlio loro’, lui condurrà i tuoi nipoti fuori dalla strada della Torà: i loro figli saranno quindi considerati ancora ebrei, ma inevitabilmente si allontaneranno dal cammino dell’ebraismo. Nel caso invece che tuo figlio sposi la loro figlia non ebrea, i loro figli non sono più considerati figli tuoi, ma figli suoi: ossia, non sono più ebrei.

Attenzione quindi, perché non si tratta di una discriminazione razziale dell’ebreo nei confronti del gentile, ma di un comandamento divino. Per questo, e per la responsabilità primaria che ha ogni ebreo di adempiere ai precetti della Torà, è quindi evidente che gli ebrei debbano sposarsi entro la loro fede: sarà sennò impossibile continuare ad adempiere all’obbligo di manifestare la Divinità in questo mondo, la qual cosa è possibile solo adempiendo alla volontà di D-o. Il matrimonio misto è chiaramente in contraddizione con la volontà di D-o.

Diremo di più. Non solo è proibito a un ebreo sposare una non ebrea, ma il matrimonio è addirittura impossibile, essendo chiaramente in contraddizione con la volontà stabilita di D-o. È possibile ad esempio che lui e lei vivano insieme, perfino che procreino… ma un matrimonio assolutamente no.

Non dimentichiamoci che le leggi della Torà sono tanto (o piu) inalterabili quanto le leggi della natura: e come uno, ad esempio, non può modificare la legge di gravità, anche le leggi della Torà non si possono modificare.

L’essenza vera del matrimonio

Per molti il matrimonio è nulla più una norma sociale che dà uno ‘statuto legale’ alla coppia. Non a caso - sostengono - due persone sposate che volessero proseguire ognuna per la propria strada avrebbero comunque l’opzione del divorzio. È giusto considerare quindi il matrimonio come una semplice formalità? In altre parole, il matrimonio ha un valore vero, intrinseco, o è invece arbitrario a seconda delle leggi dell’uomo?

La risposta è tanto semplice quanto netta. Il matrimonio non ha origine terrena: il matrimonio è un’istituzione divina! L’idea del matrimonio ha le sue radici nella Bibbia, è un’idea di D-o. E anche se vi sono sistemi sociali che riconoscono il matrimonio ma non la Bibbia, ciò non confuta il fatto che il matrimonio abbia origine divina. Per questo è così sacro.

Facciamo un confronto con un tema analogo. Da dove viene l’idea di ‘settimana’? Perché sette e non sei o otto giorni? Il ciclo settimanale trae origine dai Sette giorni della Creazione. Per chi crede nella Bibbia, tale ciclo ha un profondo significato spirituale; per chi non crede nella Bibbia, la settimana di sette giorni è puramente arbitraria. In altre parole, per colui che accetta la Bibbia come l’impronta della Creazione, la settimana di sette giorni ha una ragion d’essere; per chi non ci crede, la settimana non ha alcun significato.

Lo stesso vale per il matrimonio. Per colui che non crede nella Bibbia, il matrimonio non ha molto senso: è semplicemente una formalità istituita per organizzare una festa in famiglia o per assicurare l’eredità ai bambini. Ma per il credente, concetto e istituzione del matrimonio assumono un significato molto più grande e profondo.

Il Talmud e la Cabbala ci insegnano che il matrimonio non è semplicemente l’unione tra due individui completamente indipendenti, ma è invece la riunificazione tra due metà della stessa unità. Col matrimonio, esse si riuniscono e divengono, ancora una volta, complete. Ciò di cui parliamo qui non è solo un’unione sul piano fisico, emotivo e intellettuale. Ma un’unione al livello più profondo, più essenziale del sé; la nostra anima.

Vi sono anime tra loro compatibili per il matrimonio e altre che non lo sono. Ad esempio, fratello e sorella non possono sposarsi, come non possono farlo un uomo con una donna sposata a un altro uomo: sono casi rispettivamente di incesto e adulterio, che la Bibbia vieta categoricamente. In entrambi i casi, sebbene delle unioni fisiche sarebbero possibili (anche se assolutamente vietate!), il matrimonio comunque non potrebbe esserci. E secondo la religione ebraica, anche il matrimonio tra un ebreo e una non ebrea rientra in un caso simile e pertanto non può esistere. Non per un difetto del o della partner, ma semplicemente perché non rientra nel concetto biblico di matrimonio.

Affrontiamo un caso ipotetico*: un ragazzo e una ragazza ebrea si amano molto e decidono di sposarsi. Ma mezz’ora prima della prevista cerimonia di matrimonio scoprono di avere gli stessi genitori biologici? Cosa succederebbe… si sposerebbero comunque? Ovviamente no, e il fatto che essi non si possano sposare non implica che il loro amore reciprocamente dichiarato era falso! L’amore è un fattore molto importante in una relazione di matrimonio, ma non è l’unico che determina la legittimità del matrimonio.

Certo è possibile che un ragazzo ebreo trovi compatibilità con una ragazza non ebrea (e viceversa) e voglia creare con lei una famiglia. Questa compatibilità apparente è possibile solo quando nessuno di loro manifesta la propria essenza. Fin tanto che l’ebreo non si preoccupa del fatto di essere ebreo e il non ebreo non si preoccupa delle sue origini, tutto sembra a posto. Cosa succederà però il giorno in cui uno dei due ‘si sveglia’ e decide di preoccuparsi di chi realmente egli è? Improvvisamente l’incompatibilità apparirà. In altre parole, fintanto che nessuno dei due si preoccupa della propria essenza, entrambi possono sentirsi compatibili con qualcuno che è essenzialmente all’opposto. Ma nel momento in cui uno dei due scopre (o riscopre) la propria vera identità, la relazione cessa di avere alcun significato.

Conosco parecchie coppie miste che sono state molto innamorate fino al momento della nascita dei loro figli. Di colpo sono sorte discussioni molto accese riguardo l’educazione dei loro bambini, anche se avevano da tempo risolto la questione sul piano teorico. Ad esempio la madre ebrea vuole circoncidere il proprio figlio, per esempio, mentre il padre non ebreo non vuole che suo figlio sia diverso da lui. Improvvisamente l’incompatibilità occupa il centro della scena, ma è già troppo tardi, hanno ormai generato un figlio che entrambi i genitori e i nonni vogliono considerare loro…

Naturalmente, sull’altro piatto della bilancia potrebbero essere portati molti esempi di coppie ebree che hanno dei conflitti. Dobbiamo, tuttavia, esaminare i fatti e vedere se queste coppie vivono realmente le loro vite secondo le norme delineate nella Torà. Perché se vivono nella Torà, conflitti non ci possono essere. Almeno, la coppia ebrea ha la possibilità di vivere la vita secondo la volontà di D-o.

Sorge poi una questione: cosa succede nel caso di un ebreo non religioso o di un ebreo ateo? Sussiste ancora questa incompatibilità con un non-ebreo? Dopotutto, se uno non si è mai preoccupato della propria religione, perché farlo quando è il momento di scegliere un partner per il matrimonio? Per rispondere a queste domande, dobbiamo spiegare prima un concetto basilare: cosa è un ebreo? Cosa distingue un ebreo dal suo vicino non ebreo?

Cos’è un ebreo?

Attenzione, perché qui la domanda non è ‘chi è un ebreo’ ma ‘cos’è un ebreo’. La risposta alla domanda ‘chi è un ebreo’ è infatti molto chiara: uno che è nato da madre ebrea o si è convertito all’ebraismo in accordo con le leggi stipulate nella Torà. Ciò non risponde, tuttavia, alla domanda ‘cos’è un ebreo’. C’è chi risponde a questa domanda dicendo che essere ebreo significa ‘sentire un senso di appartenenza al popolo ebraico’. Ma si tratta di una risposta non soddisfacente, perché trasferisce semplicemente la questione dell’identità fuori dall’individuo.

Cosa è, allora il Popolo Ebraico? Una nazione composta da individui che non hanno altra identità se non quella di appartenere a un Popolo che non ha alcuna definizione? È come dire che la definizione di ‘albero’ è: ‘parte di una foresta’. Il ragionamento va fatto all’incontrario! Una volta che so ciò che è un albero, posso definire ciò che è una foresta, cioè ‘un gruppo di alberi’. Non posso definire ciò che è un albero dicendo semplicemente: ‘parte di una foresta’!

È anche ovvio che non posso definire ciò che è un ebreo sulla base del suo compimento delle Mitzvot, perché anche qui, il ragionamento è all’incontrario: non posso dire che uno è ebreo perché compie le Mitzvot. Al contrario, si ha l’obbligo di compiere le Mitzvot perché si è ebrei. Si pensi: un bambino appena nato è ebreo anche se non ha ancora compiuto una sola Mitzvà e non è conscio della sua fede. Un bambino ebreo viene circonciso perché è ebreo: non è ebreo perché viene circonciso!

Cosa, allora, è un ebreo? Dopo aver studiato la questione per molti anni e aver avuto innumerevoli conversazioni con ebrei di ogni grado di osservanza e fede, penso che la risposta più convincente sia che l’elemento che distingue l’ebreo è la Neshamà (anima) che ogni ebreo possiede. L’anima dell’ebreo è differente dall’anima del non ebreo. Hanno differenti caratteristiche, differenti potenziali, differenti bisogni.

Ciascun ebreo ha essenzialmente lo stesso tipo di anima di ogni altro ebreo. Questa anima ebraica è ereditata dalla propria madre. È il denominatore comune che connette l’ebreo russo con l’ebreo siriano, yemenita, canadese, italiano o uruguaiano, anche se non parlano la stessa lingua e possono avere costumi e abitudini diverse. La sola differenza significativa tra un ebreo e un altro è il livello e l’intensità dell’espressione di questa essenza comune. In alcuni, tale essenza si manifesta costantemente (i cosiddetti ‘ebrei osservanti’), mentre in altri, essa si esprime una volta all’anno e in altri ancora si può esprimere anche una volta sola in tutta la vita.

Questa definizione di "cos’è un ebreo" non contraddice l’aspirazione di essere un "cittadino dell’mondo", perché per essere veramente un ‘cittadino dell’universo’, uno deve adempiere al proprio specifico ruolo nell’ambito della comunità universale. Essere un ‘cittadino dell’universo’ non implica negare il particolare ruolo che uno ha, ma piuttosto inserirsi nella società con un’identità e uno scopo. Per un ebreo, l’identità è appunto quella ebraica, e lo scopo è quello di tramandarla.

Neshamà ed ebraicità

Rabbi Schneur Zalman di Liadi, fondatore del movimento Chabad, dice che un ebreo non può né desidera separarsi da D-o: questa è la sua definizione di Neshamà, l’anima ebraica. Certo, non tutti gli ebrei sono sempre consci della propria Neshamà, perché se lo fossero, non interromperebbero volontariamente la loro relazione con D-o trasgredendo la Sua Volontà. Nonostante tutto Ogni ebreo ha la propria ‘linea rossa’, che non attraverserà, dovesse pagare per essa con la vita.

Esistono poi ebrei che vivono la vita rinnegando il proprio ebraismo. Ma in una situazione inattesa, quando le loro difese sono abbassate, la loro ebraicità salta fuori. È inutile quindi investire tempo, energie e risorse nel negare con veemenza la nostra ebraicità. Questo comportamento altro non è che un’altra manifestazione della nostra innegabile ebraicità: se veramente non fossimo ebrei, perché sarebbe così importante negarlo?

A molti, l’opposizione ai matrimoni misti appare elitaria e perfino razzista. Perché disapprovare un matrimonio solo perché uno dei due membri non è ebreo? Un ragazzo ebreo che desideri sposare una ragazza non ebrea potrebbe pensare: ‘Che ipocriti, mamma e papà! Quali differenze pratiche vi sono tra il comportamento giornaliero mio e dei miei genitori e quello della donna non ebrea che voglio sposare?’

Sarebbe molto difficile difendere questa resistenza da parte dei genitori, apparentemente ipocrita, non fosse per la Neshamà che dopotutto essi hanno. La loro Neshamà non permette infatti loro di accettare che il figlio passi la ‘linea rossa’, oltre la quale interromperebbe irreversibilmente (sotto ogni aspetto pratico) la catena. In altre parole, la loro opposizione al matrimonio misto del figlio (magari inspiegabile a loro stessi) non è incoerente. È, piuttosto, la loro non osservanza delle Mitzvot su una base giornaliera ad essere incoerente con la loro essenza più profonda.

Un’opzione chiamata conversione

Una delle soluzioni proposte per risolvere il problema del matrimonio misto è quella di ‘convertire’ all’ebraismo il partner non ebreo. La conversione è un’opzione valida? In che casi?

L’ebraismo riconosce certamente la possibilità per un non ebreo di convertirsi all’ebraismo. Il processo di conversione corretto, noto come ‘Ghiur’, è molto semplice. Consiste di tre passi: 1) Circoncisione (per il maschio); 2) Immersione nel Mikvè (bagno rituale); 3) Accettazione delle 613 Mitzvot (precetti) nella loro totalità. Questi tre passi avvengono alla presenza di un tribunale Rabbinico valido, ossia un tribunale costituito da tre Rabbini che accettano la Torà come parola di D-o e adempiono ai 613 precetti nella loro vita personale di ogni giorno.

L’ebraismo non crede nel proselitismo. Non tutti, infatti, hanno la necessità di essere ebrei per trovare grazia agli occhi di D-o e avere il proprio posto nel mondo a venire. Per il non ebreo, è sufficiente rispettare il Codice delle Leggi, noto come le Sette Leggi di Noè, per meritare un posto in Paradiso. Nel caso che un non ebreo desideri però diventare ebreo e vivere una vita in accordo con le norme delineate nella Torà, noi lo accettiamo a braccia aperte, a patto che abbia compiuto un corretto Ghiur. È ovvio, tuttavia, che se lui (o lei) vuole convertirsi all’ebraismo per sposare un ebreo (o una ebrea), è molto improbabile che le motivazioni per la conversione siano sincere.

Mi viene in mente un caso in cui un ragazzo ebreo che decide di sposare una ragazza non ebrea. I genitori di lui insistono affinché ella studi le basi dell’ebraismo prima di dare il loro consenso al matrimonio. La ragazza accetta la condizione e va a studiare in una scuola religiosa per ragazze. Così anche se la sua motivazione era in origine quella di soddisfare la richiesta dei genitori del proprio ragazzo, col passare del tempo, lei scopre un nuovo mondo e diviene genuinamente interessata all’ebraismo. Passati alcuni mesi, il ragazzo la chiama per fare i preparativi per il matrimonio. ‘Dici seriamente?’ ella gli domanda, ‘pensi che io intenda sposare un ragazzo che aveva intenzione di sposare una ragazza non ebrea?’.

Questo caso ci introduce nelle cosiddette “conversioni all’acqua di rosa”, fatte in quattro e quattr’otto e con poca serietà: noi non le accettiamo. C’è chi ci accusa per questo, additandoci come la causa dell’allontanamento di molti giovani ebrei, che finiscono così per sposare partner non ebrei. C’è chi dice che faremmo meglio ad accettare queste conversioni, perché eviteremmo il rischio di alienazione di questi ebrei e guadagneremmo anime per il popolo ebraico. ‘Perché perdere due anime, quando ne possiamo guadagnare una…?’, ci dicono.

Ma questa critica non ci tocca, innanzitutto perché l’ebraismo non è un affare, specialmente se basato su bugie e disonestà. L’ebraismo si basa sul compimento, al massimo delle nostre capacità, di ciò che D-o ci domanda. D-o si preoccupa del futuro del popolo ebraico, noi dobbiamo preoccuparci solo di fare ciò che Lui ci chiede. La Bibbia stabilisce chiaramente (Deut. 7:7) che il Signore non ha scelto il popolo ebraico per la sua superiorità in numeri o potenza, ma per la sua umiltà e per il patto che ha fatto con il nostro progenitore Abramo. Gli ebrei sono sopravvissuti più a lungo dei loro oppressori non per intelligenza, ricchezza o potere politico, ma per la loro sincerità, autenticità e sacrificio di sé nel conservare e difendere il loro patto con D-o.

Di più: ritornando alle conversioni non sincere, per quanto possa sembrare che esse ‘paghino’, non dobbiamo dimenticare che non spetta a noi fare a qualcuno questo ‘favore’ così come non possiamo aiutare una coppia che voleva un figlio maschio mentre D-o li benedice con una femmina. Cero abbiamo la possibilità di apportare cambiamenti cosmetici alla povera bambina, ma ciò non cambia la realtà, e il fatto  compiuto non è altro che una mutilazione disonesta e una distorsione.

Il concetto ebraico di conversione

È interessante notare l’espressione usata dal Talmud (Yevamot 48b) nel riferirsi agli (autentici) convertiti: ‘Gher shenitgaer kekatan shenolad dami’, che letteralmente significa: ‘un convertito che si è convertito è come un bambino appena nato’. Quando il Talmud parla di uno schiavo liberato, non si riferisce a lui come ‘un uomo liberato che è stato appena liberato’, bensì come ‘uno schiavo che è stato liberato’. Come mai allora il Talmud usa l’espressione ‘un convertito che si è convertito’ invece di ‘un gentile che si è convertito’ ?

Una delle spiegazioni che troviamo è qui di seguito. Un convertito autentico è colui il quale, benché nato da una madre non ebrea, è nato con una Neshamà, un’anima ebraica. È tale Neshamà che lo ha spinto a diventare pienamente ebreo o ebrea. In altre parole, tale individuo è nato con una propensione a convertirsi. Ecco perché un convertito è paragonato a un bambino appena nato. La differenza tra il momento prima e quello dopo la nascita è che prima della nascita il bambino non è un essere indipendente, mentre appena nato diviene un essere indipendente. Analogamente, un convertito prima della conversione è paragonabile ad un ebreo allo stadio ‘embrionale’, e non ha quindi ancora tutte le responsabilità di un ebreo. Solo dopo essere passato attraverso una corretta conversione, egli diventa pienamente un ebreo o una ebrea.

Ma, come abbiamo stabilito sopra, perché questa trasformazione avvenga, uno deve passare attraverso una conversione autentica, e non una delle versioni ‘di comodo’ che abbondano, camuffate da scelte liberali. A proposito di questo tema, c’è chi si chiede perché un convertito debba essere più religioso di tutti gli ebrei che non osservano le Mitzvot, ciononostante essi siano considerati ebrei. In altre parole: se un ebreo è considerato ebreo anche se non praticante, perché non considerare ebreo un non ebreo che ha fatto una conversione non propriamente religiosa?

La risposta è semplice, e sta nella Torà. Un ebreo di nascita è ebreo per tutta la vita, non importa cosa possa pensare, dire o fare. La stessa Torà stabilisce anche che colui che voglia convertirsi all’ebraismo debba accettare di adempiere alla Torà nella sua interezza per essere accettato come ebreo. Se uno dovesse essere disposto ad accettare 612 dei precetti, ma ve ne è uno solo sul quale non è d’accordo e che non adempierà, noi gli diciamo: chi ti obbliga a diventare ebreo? È meglio che tu non ti converta e continui ad adempiere alla tua missione nella vita come un non ebreo perfetto, piuttosto che convertirti, trovandoti in violazione della legge della Torà!

Questo criterio, se ci pensiamo, vale anche per le leggi terrene. Se uno è nato negli Stati Uniti, la Costituzione degli Stati Uniti lo considera un americano, non importa cosa egli possa fare in violazione della Costituzione. Se, tuttavia, uno straniero desidera acquisire la cittadinanza degli Stati Uniti, ma dice di non accettare una certa clausola della Costituzione, sarà accettato come cittadino? Certamente no. Gli verrà risposto: ‘Se non ti piace la Costituzione degli Stati Uniti nella sua interezza, allora diventa cittadino di un altro paese!’ Ora, qualcuno suggerisce per caso che debba essere più facile diventare ebreo che cittadino di un paese? Sono le leggi di D-o più negoziabili di quelle umane?

Alla radice del problema

Il problema derivante dal matrimonio misto non ha inizio quando un ragazzo ebreo vuole sposare una ragazza non ebrea. È di fatto un sintomo di un problema più grande, che va ricercato alle sue radici: la mancanza di una corretta educazione ebraica. Al punto che il ragazzo non si rende neanche conto dell’incompatibilità tra se stesso e la ragazza non ebrea. La domanda sorge dunque spontanea: quale educazione impartiamo ai nostri bambini? Forniamo loro gli strumenti e le esperienze per essere in grado di apprezzare il significato e l’importanza di essere ebrei?

E in più, quanto tempo noi genitori dedichiamo allo sviluppo della nostra spiritualità? Se facciamo ciò che vogliamo senza sentire la necessità di obbedire a un’autorità superiore, non possiamo certo aspettarci che i nostro figli non facciano lo stesso! Certo diranno: ‘Papà, tu fai ciò che vuoi, perché io non dovrei altrettanto?’ Se il padre non si sottopone ad alcuna autorità morale, perché dovrebbe attendersi che i suoi figli rispettino lui e i suoi valori: solo perché sono stati generati da lui?

La massima priorità oggi deve essere data al miglioramento della qualità dell’educazione ebraica, sia a livello personale che istituzionale. Per loro, non possiamo accontentarci del minimo: dobbiamo sempre domandare il massimo. Manderemmo i nostri bambini in una scuola che non li insegna a calcolare l’area di un cerchio o chi era Napoleone Bonaparte? Perché allora dovremmo accettare uno standard di educazione ebraica che non metta in grado gli studenti di decifrare una pagina del Chumash o del Talmud nel loro testo originale o non insegni loro chi sono stati Rabbi Akiva, Abayè, Rava, Rashi, Rambam e Rabbi Yehuda Halevi e quali sono i loro contributi dati al pensiero e alla cultura ebraica?

Vorrei concludere citando un episodio capitatoci subito dopo che mia moglie e io arrivammo in Uruguay, e la lezione che ne abbiamo tratto. Nostro figlio maggiore, Mendy, era nato subito dopo il nostro arrivo, e a causa della nostra inesperienza come genitori, trovandoci in un paese nuovo, non riuscimmo a registrare la sua nascita in tempo. Come risultato, dovemmo passare attraverso la ‘registrazione tardiva’, un procedimento che dura parecchi mesi.
Nel frattempo, mia moglie ed io volevamo viaggiare all’estero col nostro figlio appena nato. Dato che siamo entrambi americani, potemmo ottenere un passaporto americano per nostro figlio.
Arrivati all’aeroporto, al controllo passaporti, l’ispettore chiese di vedere i documenti uruguaiani di nostro figlio. Gli spiegammo perché non li avevamo ed egli ci informò che non ci era permesso condurre il nostro figlio fuori dal paese senza i documenti uruguaiani.
‘Cosa vuol dire che noi non possiamo viaggiare con nostro figlio?’ domandammo. ‘Ha un passaporto americano!’
‘Per quanto ci riguarda, è uruguaiano e quindi necessita di documenti uruguaiani’, spiegò.
‘Ma è nostro figlio!’, insistemmo.
‘Ma prima è uruguaiano’, dichiarò l’ispettore.
Quel giorno non partimmo.

Da quell’incidente imparammo una lezione molto importante: per quanto nostro figlio sia nostro figlio, i nostri diritti non possono interferire né rimpiazzare quelli dello Stato. Lo stesso è vero per quel che concerne il legame tra i nostri figli e il popolo ebraico. Prima di pensare ai nostri diritti personali in quanto genitori, dobbiamo pensare ai nostri figli, ai diritti che il popolo ebraico ha su di loro e agli obblighi che essi stessi hanno in quanto membri del popolo ebraico. La nostra maggiore responsabilità è fornire loro gli strumenti necessari in modo tale che essi possano apprezzare il vivere da ebrei, nel senso più pieno del termine.

Epilogo

Diciannove anni dopo la conversazione sopra menzionata con l’ufficiale di immigrazione uruguaiano, ebbi il modo di parlare ad un altro ufficiale, mentre si occupava del visto di uscita di uno dei nostri bambini. Gli raccontai ciò che era avvenuto quasi due decenni prima e la lezione che ne avevo appreso.
“Si sbaglia nelle sue conclusioni”, disse l’ufficiale. “Il fatto non è che i diritti dello Stato precedono quelli dei genitori; lo Stato semplicemente protegge e difende i diritti del bambino”.
La lezione a proposito dell’educazione ebraica divenne perfino più chiara.

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*Caso realmente avvenuto nell 16° secolo con il Maharal di Praga.
 

Pubblicato mercoledì 2 dicembre 2009 alle 09:53:48

 
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